27 NOVEMBRE 1986: L’INIZIO DI TUTTO

Cara Lily, ti scrivo per parlarti della mia storia, di come tutto è cambiato quel maledetto giorno. Tutto iniziò il 27 Novembre del 1986: era una mattina fredda, il giardino bagnato dalla rugiada. Erano ormai le 8:00, George e Karen erano a scuola, sembrava una normale mattina di novembre, quando bussarono alla porta. Senza preoccupazione andai ad aprire; la mia mano si appoggiò alla maniglia gelida, aprii bruscamente senza far caso a chi mi trovai davanti. Due poliziotti si avventarono su di me, quando uno di loro pronunciò quelle fatidiche parole: “Lei è in arresto per l’omicidio di Jeremy Ohllan, ha il diritto di rimanere in silenzio, tutto ciò che dirà verrà usato contro di lei in tribunale!”. La mia vita si stravolse in un attimo, tutto ciò che finora avrei potuto fare non sarebbe servito più a niente.

IN TRIBUNALE

Avevo passato una notte terribile in quella cella fredda e buia, non capivo perché mi trovassi lì. Mi caricarono con violenza in macchina e mi portarono nel tribunale di Grindovill, a Boston. Entrato, provai in ogni modo a difendermi, affermando che non c’entravo niente con l’omicidio, ma il giudice sembrava non ascoltare; dopo tutti questi anni posso scommettere che fosse corrotto. Non ci potevo credere, mi diedero l’ergastolo, non sapevo cosa fare, dove mi avrebbero portato, ma la domanda che mi ponevo più spesso era se avrei rivisto i miei figli e te, Lily; la mia vita si stravolse in un attimo, sembrava non poter andar peggio, ma non pensavo che mi avrebbero portato letteralmente all’inferno.

CELLA N. 321: IL NUMERO DELLA MIA ROVINA

I poliziotti fecero il giro di routine, e mi diedero il mio numero, 74731; ancora lo ricordo, credo che non lo dimenticherò mai, è impresso nella mia mente. Poi mi portarono nella mia cella N. 321, non credevo che sarebbe stata la mia casa per anni. Con me c’era un’altra persona, alta, con una barba folta e così pieno di tatuaggi che non riconoscevo neanche il colore della sua pelle. Mi sentivo una gazzella circondata da leoni che non mangiavano da mesi. Il primo giorno passò in maniera pesante e molto ansiosa per me, il mio “coinquilino” non faceva altro che mandarmi sguardi feroci e spenti; credo che anche lui, nonostante avesse l’aria da duro, nella vita avesse perso tanto. Il sesto giorno ero stanco di rimanere nella mia cella con la paura di mettere piede fuori, quindi decisi di andare in cortile; tutti mi fissavano con sguardi pieni di odio, c’era anche qualche sorriso tra di loro, ma non certo per simpatia,  solo perché ogni cosa che facevo era per loro motivo di scherno. Mi misi a sedere su una panchina  piena di scritte di varie gang; fu un grandissimo errore: incautamente mi appoggiai sopra la scritta della gang “IL PUEBLO MUERTO”, una delle peggiori gang della città. Questo fu per loro un oltraggio, mi presero…. da lì non ricordo niente dalle tante pestate che mi diedero.

BENSON VERARD: IL MIO UNICO AMICO

I mesi passarono e con il mio compagno di cella Benson Verard sembrava andar molto meglio. Mi raccontò la sua storia: perse la sua famiglia in un grave incidente e decise di dimenticarsi di loro immergendosi nell’alcool. Tutto andò male una sera quando, mentre era ubriaco, uccise un ragazzo di poco più di 20 anni. Da quella notte anche per lui cambiarono molte cose; mi raccontò che, se un giorno fosse uscito, avrebbe fatto di  tutto per ripagare la famiglia di quel povero ragazzo. Diventammo presto amici, ma le cose non migliorarono tanto; tutti i carcerati continuavano a prendermi di mira, schernendo sia me che il mio compagno Benson e mi sentivo responsabile di come lo trattavano. Passai un anno senza ricevere notizie di Lily, di George e Karen, quando purtroppo accade una cosa terribile: Benson fu trasferito al carcere di Detroit e non ricevetti più sue notizie. Tutt’ora mi manca, ma credo che rivederlo mi riporterebbe alla mente quei maledetti ricordi.

LILY

O mia cara Lily, quanto in questi anni ho desiderato sentire la tua voce, rivedere le tue labbra e quei magnifici occhi azzurri che risaltano sulla tua pelle color porcellana; purtroppo  non è possibile. Tu non hai idea di quanto mi sia dispiaciuto doverci separare; litigavamo spesso, ma ciò che ho capito in questi quattro anni è che le cose si apprezzano di più quando si perdono, ed io ho perso te mia cara Lily. Se leggerai questa lettera ti prego perdonami per tutto ciò che ho fatto, per come mi sono comportato e ricordati che te e i nostri figli siete la cosa più cara che ho al mondo.

FINALE

Mi chiamo Jacob Finnegan e questa non è stata una storia di avventura o di amore, ma una storia di rimpianti, di orrore e di paure.

Mi chiamo Jacob Finnegan e questa è la mia storia

L.M. e S.T.

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Little Push

Nella periferia di Detroit c’era un ragazzo chiamato Little Push. Era costretto dai suoi genitori a fare la malavita, dato che suo padre era un alcolizzato e sua madre si prostituiva. Cresciuto per la strada, era costretto a spacciare per guadagnare. Ogni settimana Little Push si recava dal fornitore di gran fama, chiamato El Chapo, per acquistare qualsiasi tipo di droga che potesse rivendere. Venuto dal nulla, col tempo divenne noto per la buona qualità roba che possedeva, fino a ritrovarsi i clienti sotto casa. Little Push diventava sempre più ricco e famoso, tanto che i politici chiedevano a lui soldi in prestito. Lui, cosciente del potere che aveva, cominciò a volere sempre più soldi e a montarsi la testa. Divenne così famoso che non poteva più uscire per strada per spacciare, quindi decise di lasciare alcune dosi ai suoi amici più cari, infrangendo la regola del territorio, perché ancora lui lavorava per El Chapo. Quest’ultimo, non sapendo che fossero gli amici di Little Push a gestire alcune dosi di droga, si mise a ucciderli. Little Push, alla notizia che i suoi amici erano morti, meditava vendetta e decise di uccidere El Chapo  avvelenandolo. Tuttavia, il tentativo fallì, perché El Chapo capì che c’era qualcosa nel bicchiere in cui Little Push aveva messo il veleno. Così, mentre progettava un altro piano per ucciderlo, venne arrestato per possesso illegale di armi . In carcere poteva pensare alla vendetta e  studiò bene ogni mossa da fare. Incaricò così un sicario per rapire la figlia di El Chapo e portarla in un luogo isolato. El Chapo ricevette una telefonata, in cui gli veniva detto che sua figlia era stata rapita e, se voleva riaverla, doveva presentarsi da solo nel luogo indicato dal rapitore. El Chapo, disperato, partì per andare a riprendere sua figlia. Appena arrivato, il Sicario lo legò su una sedia e lo costrinse a chiamare  tutta la sua famiglia. Sua moglie e suo figlio, senza porgersi delle domande, andarono nel posto indicato. Appena arrivati il sicario con furia legò anche loro, e con tranquillità chiuse la porta e andò via. Il giorno dopo Little Push uscì dal carcere, grazie alla cauzione pagata dal suo avvocato. Subito dopo chiamò il sicario e si fece accompagnare nel posto in cui erano rinchiusi El Chapo e la sua famiglia. Arrivati lì El Chapo si sorprese di vedere Little Push, il quale gli spiegò che le persone uccise per droga erano suoi amici cari. Little Push illustrò nel dettaglio le sue intenzioni: prima avrebbe sterminato davanti ai suoi occhi  la sua famiglia e per ultimo lo avrebbe giustiziato. Così iniziò in maniera crudele e feroce l’atto di vendetta: uccise uno dopo l’altro tutti i membri della sua famiglia ed infine ammazzò anche lui con un colpo di pistola in testa e gettò i corpi nel fiume. Morto El Chapo, Little Push ricoprì la sua carica ed inventò un nuovo tipo di droga, che chiamò  Leodax . Con essa ricavò molto denaro; questa droga venne conosciuta in tutto il mondo e fu legalizzata per scopi medici.

L.B. e D.D.P.

L’alito dell’ippopotamo

Un giorno un ippopotamo , che aveva avuto la febbre, convocò un topo, un asino e una volpe e domandò loro se avesse l’alito cattivo. Il topo si avvicinò alla bocca dell’ippopotamo e disse: <<Che schifo! Che cattivo odore! >>. L’ippopotamo arrabbiato urlò: <<Come osi parlare così al re degli animali?>>. Il topo rispose <<Ma il re degli animale non sei tu!! >>E l’ippopotamo spaccò la testa del topo con una zampata. Si avvicinò l’asino ed esclamò: <<Che profumo! Di che cosa si tratta?>>. <<Come osi prenderti gioco del re degli animali? >> tuonò l’ippopotamo, e gli spezzò la schiena con una zampata. Poi disse alla volpe : <<E tu cosa mi dici? >>. La volpe si avvicinò un po’ e poi disse: <<O re degli animali, ho il raffreddore e non potrei darti un giudizio giusto>>.L’ippopotamo, irritato, disse: <<L’hai scampata>>. E dovette lasciarlo andare.

A.S.

I fratelli

Un giorno Giacomo e Leonardo, due fratelli che abitavano in campagna, decisero di prendere i due falciaerba del padre per fare una gara tra di loro: il perdente avrebbe dovuto fare per un mese tutto ciò che voleva il vincitore. I due fratelli, però, amanti di motori, un giorno, nel garage di casa, trovarono un vecchio go kart oramai non funzionante al quale mancavano alcuni pezzi. Incuriositi lo portarono nell’officina del padre per rimetterlo apposto. Con il loro apetto andarono in diverse officine in giro per tutto il paese per trovare i pezzi mancanti del go kart, ma non riuscirono a trovare molto e così andarono dal padre a chiedere aiuto. Il padre, ex campione di go kart, andò dal suo vecchio meccanico di fiducia e trovò tutti i pezzi mancanti, così iniziarono a metterlo a posto. Dopo alcune settimane, terminato di aggiustare il go kart e visto che dietro casa loro c’erano solo campi, decisero di modificare il mezzo e usarlo come fuoristrada. Leonardo, il più piccolo, decise di provarlo per primo,perché amava molto questo sport e non si perdeva neanche una gara in tv. Mentre lo stava provando, il padre si mise a guardarlo per vedere come affrontava il tracciato e si accorse subito che i suoi figli avevano un talento per la guida e per la meccanica. Sorpreso dalle loro prestazioni, decise di costruire una pista per farli allenare. Dentro il garage installò un box per aggiustare e tenere in ottimo stato il mezzo. Passati anni ad allenarsi ,i due fratelli cominciarono a gareggiare e a vincere da subito le coppe e anche molti titoli internazionali e mondiali; essendo ancora minorenni, i soldi da loro guadagnati venivano presi tutti dal padre, il quale visto che se li erano sudati, glieli restituì. Fu così che Giacomo, esperto di meccanica, decise quale go kart acquistare per continuare la loro carriera. Un giorno i due fratelli dovettero affrontare un tragico momento, la morte del padre. Grazie ai suoi insegnamenti, essi riuscirono a vincere il loro primo mondiale all’età di 18 anni. E vissero insieme alla madre fino al loro ritiro dallo sport.

L.M. e G.V.

Un racconto horror

Era un giorno come un altro, la nebbia fitta, il freddo insopportabile e le strade deserte… Però, prima di raccontare la mia terribile esperienza, vi vorrei dire chi sono e che cosa faccio nella vita. Mi chiamo Steven Charpitons. Sono ormai abbastanza giovane, porto i miei 56 anni molto bene, così dicono le persone. Sono un uomo solitario perché il mio lavoro non mi concede di avere amici. Sono un sacerdote, ma non un qualsiasi sacerdote, sono l’unico della mia piccola città che pratica l’esorcismo. Per 30 anni ho visto e ho gestito più di 40 esorcismi uno peggiore dell’altro. La prima volta fu un giorno del 1987, la giornata più terribile della mia vita: la casa sin da fuori mi era parsa macabra e inquietante. Dalla paura avevo memorizzato ogni minimo particolare di quell’ abitazione. Appena arrivato mi accolse la signora Hemenson, la madre della ragazza posseduta. Dicendo grazie entrai e chiusi la porta. Mi guardai intorno: tutto deserto. Il silenzio era così intenso che potevo anche sentire il battito del mio cuore e quella della signora. Era tutto bagnato dalla pioggia, le gocce si schiantavano sul pavimento con un rumore simultaneo a quello del grande orologio in salotto. Posai il mio giacchetto bagnato sulla sedia accanto a me; il freddo della stanza divenne ancora più rigido. La signora mi condusse verso la camera della figlia. Salendo le scale si sentiva un insopportabile scricchiolio; la paura stava poco a poco prendendo il soppravvento. Mi sentivo come se stessi salendo verso la porta dell’Inferno, dove ogni cosa più improponibile, spaventose e macabra è reale. Arrivati al secondo piano vidi diverse stanze, ma una in particolare catturò la mia attenzione: sulla porta si potevano vedere i segni dei graffi; se mi fossi inclinato avrei potuto osservare l’interno della camera. Appoggiai la mano destra sul pomello e percepii immediatamente un brivido che attraversò tutta la mia schiena, una delle sensazioni peggiori della mia vita. Appena entrai nella stanza vidi un altro sacerdote di un’altra città, che uscì senza dire niente. C’erano anche il padre e la ragazza. Anna era sdraiata, i suoi polsi erano stati legati al letto da due grossi pezzi di corda. Era vestita di bianco e le lenzuola tutte ricoperte di sangue, non smetteva di buttare sangue dalla bocca parlando latino e greco antico. Subii un trauma vedendo quella situazione, ma sapevo che mi sarei dovuto abituare a quei momenti. Il padre mi diede il crocifisso e la Bibbia ed io iniziai l’ esorcismo. Ormai era più di un anno che Anna subiva esorcismi, per cui non ero molto sicuro che sarebbe sopravvissuta a lungo. Primi che iniziassi, Anna pronunciò i nomi dei miei genitori uccisi, Chembri e Jefferson. Li pronunciò ridendo, con una voce maschile molto conturbante. Mi sentii congelare, come se qualcuno avesse abbassato la temperatura sotto lo zero. Cercai lo stesso di iniziare, alzai il mio crocifisso e, tenendo la Bibbia sul mio petto, iniziai a dire l’Ave Maria. Lo dissi sei volte e ogni volta la ragazza urlava, vomitando di tutto; le voci diventarono più di una e questo mi terrorizzò. Improvvisamente si spensero le luci. Il blackout durò neanche due secondi e appena tornò la luce tutti e tre vedemmo che Anna era scomparsa. Nessuno sapeva cosa fosse successo. Sconvolti ci dirigemmo verso le scale. Salutai e i genitori rintristiti, i loro occhi erano ricoperti dalle lacrime come i miei. Convinto che sarebbe andato tutto per il meglio, tornato a casa lo shock era ancora percepibile, non riuscivo a dare delle risposte alle mie domande. Mi cambiai  e mi misi i vestiti per dormire. Primo di andare però, volevo dire a voi lettori che tutto ciò che ho visto e raccontato è vero. Anna non è scomparsa, è qui con me. Mi ha obbligato a scrivere questo per salvare la vita di altre persone prendendo la mia. Anna è Lucifero e mi porterà con sé verso le porte dell’Inferno. Volevo solamente ricordavi che il Diavolo e Dio esistono, il bene e il male sono sempre in conflitto.

Come quando si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Matteo 13:40

 

G.R.

La mia storia

Mi chiamo Antonio e sono un ragazzo di 16 anni, nato a Napoli; abito in un appartamento con mio padre e mia madre nel quartiere di Scampia, una zona dove c’è alto traffico di droga. Mia madre non mi fa mai uscire a giocare in queste zone, perché dice che è molto pericoloso per me e non vuole che cresca con gente sbagliata; mio padre sta raramente con noi e con il passare del tempo mi è venuto il sospetto che si trovi invischiato negli affari della camorra, ma mia madre mi dice sempre che mi devo fare gli affari miei e che non devo andare in giro a parlare di queste cose, perché potrebbe essere molto pericoloso. Non posso confidarmi con nessuno, neanche a scuola con gli amici e professori. La mia vita è cambiata l’8 Maggio del 2010, quando una telefonata dall’ospedale mi ha avvisato che mia madre era in pericolo di vita; allora, dato che mio padre non c’era, ho preso la macchina (anche se non potevo guidarla) e mi sono precipitato in ospedale. Alcuni testimoni mi hanno raccontato che si trovavano al mercato e all’improvviso c’è stato un agguato ed un camorrista ha sparato a mia madre. Minuti dopo mi viene data la notizia che mia madre non ce l’ha fatta, perché l’ambulanza è arrivata tardi, quando già aveva perso molto sangue; io mi sono accasciato per terra pieno di dolore, continuando a chiedermi perché tutto questo proprio a me doveva accadere. Tornato a casa, è arrivato mio padre ubriaco, ed ho capito che lui già sapeva cosa era successo; senza rivolgermi la parola andò a chiudersi in camera da letto. Avevo smesso di andare a scuola e di parlare a mio padre, perché ero sicuro che tutto questo era accaduto per colpa sua. Ho iniziato a bere e fumare senza limiti, perché credevo che dimenticare fosse la soluzione a tutti i miei problemi, ma si vede che avevo sbagliato, perché alla fine degli effetti il dolore tornava sempre e anche più forte di prima. Me ne stavo chiuso in casa tutti i giorni, steso sul letto con la musica sparata nelle orecchie a tutto volume; mi sentivo come un telefono in modalità “aereo”, speravo che arrivasse qualcuno che mi aiutasse a togliermi da questa depressione che si stava impossessando di me. In questa vita, chi fa il bene riceve il male a quanto pare: mia madre mi dava tutto anche se non aveva niente e mi mancava. Un giorno decisi di uscire finalmente di casa e i miei amici provavano a consolarmi, ma senza successo. Alcuni di loro avevano iniziato a spacciare, altri stavano provando ad entrare nei giri della camorra e giorno dopo giorno mi sono messo su una strada sbagliata. Per sfogarmi ho iniziato a praticare la boxe e un giorno, tornando dall’allenamento, ho visto un gruppo di persone intorno a un ragazzo steso per terra. Incuriosito, mi sono precipitato ed ho visto che si trattava di Vincenzo, il mio migliore amico; ho chiesto agli altri cosa fosse successo e mi hanno risposto che una macchina lo aveva investito mentre scappava. Vincenzo aveva tanti problemi in famiglia, sia il padre che i fratelli erano in prigione e anche lui aveva preso la stessa strada. Ancora una volta la camorra aveva ucciso qualcuno, ma sui giornali non c’è mai la verità, perché la verità fa paura e porta guai. Ero distrutto, perché avevo perso un altro caro amico. Iniziavo a stufarmi di tutto questo, volevo andarmene ma ero troppo povero e non potevo andare da nessuna parte. Napoli è una bellissima città, la amo, voglio costruire la mia famiglia qui, ma ci sono tante cose che possono cambiare; per esempio la camorra, non capisco, tutti se ne stanno nelle loro case zitti senza parlare per paura, ma paura di cosa? Solo affrontandola e documentandosi possiamo avere la meglio su di loro, che se ne stanno lì a Napoli (e non solo) a guadagnare, uccidere e spacciare. Dopo tutto sono riuscito ad andare avanti, a ritrovare la strada giusta e a continuare la mia vita: ho conosciuto una bellissima ragazza che mi ha cambiato, ma provo ancora odio per gli infami che hanno ucciso mia madre. Ormai non ho più paura di nessuno, non temo la morte, voglio parlare di quello che mi hanno fatto.

A.D.F.

BIOGRAFIA MOTOCICLISTICA DI MARCO ROMAGNOLI (personaggio inventato)

Marco Romagnoli (Catania, 23 settembre 1985) è considerato uno dei più grandi piloti di motocross di tutti i tempi, in virtù degli otto titoli mondiali conquistati (sei dei quali vinti consecutivamente tra il 2009 e il 2014), che lo pongono al secondo posto nella classifica dei piloti più vincenti della storia. Salito per la prima volta su una minicross a quattro anni, Marco esordisce all’età di sette , vincendo ripetutamente titoli regionali e, nel 1999, il titolo juniores. Gareggia poi in seguito in tutte le categorie successive: élite, cadetti ed Europeo85. Nel 2001 arriva alla categoria 125, dove vince il titolo regionale e nazionale cadetti. Dal 2003 esordisce nel FIM Motocross World Championship,  nel 2004 vince una gara (a Loket, in Repubblica Ceca) e arriva 3º in classifica finale. L’anno successivo giunge 2º nel campionato italiano 125, ma si laurea campione mondiale nella classe MX2, nonostante l’infortunio patito nel Gran premio d’Olanda sul circuito di Lierop. Nel 2006 si classifica al secondo posto nel mondiale MX2 dietro al francese Christophe Pourcel, per poi laurearsi Campione Europeo SuperCross e primo assoluto negli Internazionali d’Italia. Durante il Gran Premio delle Nazioni disputato in Inghilterra con la maglia azzurra della rappresentativa italiana, ottiene una vittoria di manche davanti ai più accreditati piloti statunitensi. Nel 2007, Romagnoli domina il mondiale dall’inizio alla fine, conquistando quasi tutte le gare in programma e vincendo il titolo con due gare d’anticipo. In seguito, la sua scuderia gli chiede di partecipare a una gara del mondiale MX1: ottiene così una vittoria nel GP del Regno Unito. Al termine della stagione  è convocato nella nazionale italiana al Motocross delle Nazioni in terra americana al fianco dei più grandi campioni. Nel corso del 2008 si infortuna al ginocchio, terminando la stagione senza poter riuscire a difendere il suo titolo di campione del mondo, quando era in testa alla classifica generale. Nel 2009 inizia la sua prima stagione in MX1, aggiudicandosi il campionato del mondo MX1 dopo la gara nei Paesi Bassi, con una gara di anticipo sul diretto rivale. Vince il titolo mondiale nella categoria MX1 anche nel 2010 e nel 2011. Il 9 settembre 2012 Romagnoli vince il suo quarto Mondiale di Motocross consecutivo nel GP di Faenza. Con questa vittoria Marco raggiunge il sesto titolo mondiale in carriera. Il 5° titolo mondiale nella classe MX1 (nonché 7° sigillo mondiale) arriva il 25 agosto 2013, sull’ampio tracciato del circuito del GP d’Inghilterra, caratterizzato dal fondo in terra morbida e realizzato su un’area abitualmente dedita al pascolo. Le vittorie proseguono nel 2014 nel GP del Qatar, in quello della Thailandia e in quello del Brasile A Sevlievo, in occasione del GP di Bulgaria, centra la Piazza d’Onore nella Prima Manche e trionfa nella Seconda. Poi si aggiudica il Gran Premio dei Paesi Bassi; a Tavalera de la Reina, nel corso del Gran Premio di Spagna, Settimo appuntamento del Mondiale, Marco in Gara 2 si aggiudica la Seconda piazza. I suoi immediati inseguitori riducono il distacco. Il 25 maggio, a MatterleyBasin, nel Gran Premio del Regno Unito (in un periodo di grande difficoltà emotiva per il Campione Siciliano, in considerazione della recente scomparsa del padre Benedetto) Marco si aggiudica con questo Gran Premio, il 44° in Carriera, nella Classe Regina. Nel Gran Premio di Francia deve accontentarsi del Terzo Posto. In Classifica Generale, pur mantenendo la Leadership, è avvicinato dal più temibile tra i suoi avversari stagionali. Il 15 giugno, a Maggiora, nel corso del Decimo appuntamento del Mondiale, domina entrambe le prove del Gran Premio d’Italia. La settimana seguente, nel Gran premio di Germania, il Campione siciliano si presenta in condizioni fisiche non perfette. Debilitato dall’influenza, riesce a “limitare i danni”, giungendo 5º in Gara 1 e 4° in Gara 2. In occasione del Gran Premio di Svezia, dodicesimo appuntamento del Mondiale, Marco ritorna alla vittoria in entrambe le Manches. È il suo 46º Gran Premio in carriera e salgono a 70 le sue affermazioni Mondiali. Nel week end successivo, si ripete sul circuito finlandese; nel Gran Premio della Repubblica Ceca si presenta al via forse un po’ meno in forma del consueto e si classifica al Terzo posto nella Prima Manche mentre in Gara 2, giunge al Secondo posto. Il campione siciliano si rifà ampiamente la settimana seguente, conquistando il Gran Premio del Belgio. In Brasile, conquista il Titolo Mondiale con un’accorta gara “di conserva”: giungendo al quinto posto in Gara 1, si assicura il suo Ottavo Titolo Iridato. In Gara 2 si aggiudica il terzo gradino del podio e la medesima posizione nella Classifica finale del Gran Premio. Durante il campionato 2015 dopo il cambio di moto, che lo ha visto passare dal modello 350 al 450, Marco paga a caro prezzo il suo presunto “debito” con la fortuna: dopo un inizio meno brillante del consueto, proprio quando stava iniziando a recuperare, resta vittima di un infortunio che, aggravatosi, lo costringerà ad abbandonare il Mondiale. Al termine di una lunga convalescenza, si frattura due costole in allenamento, poco prima dell’inizio del Mondiale 2016. I risultati ottenuti nelle prime Gare di quest’anno risentono delle sue precarie condizioni fisiche: al Gran Premio d’Europa, pur saldamente in testa, è vittima di un vistoso calo fisico nel finale di gara, che non gli permette di resistere all’attacco di RomainFebvre. Seguono 3 Gran Premi in cui alterna valide prestazioni a Gare più opache. L’8 maggio, a Teutschenthal, durante il Gran Premio di Germania, Marco torna prepotentemente alla ribalta. Primo in Qualifica ed in entrambe le Manches, si aggiudica il Gran premio, senza che la sua Leadership sia mai messa in discussione. A Pietramurata, in occasione del Gran Premio del Trentino, svolto la settimana seguente, il Centauro Messinese si ripete, aggiudicandosi il suo 76º Gran Premio in carriera, con il Primo posto in Gara 1 ed il Secondo Posto in Gara 2. Marco oggi viaggia in tutto il mondo per gareggiare e vincere le gare più importanti del MXGP, guadagnando reputazioni, facendo grandi sacrifici per il suo lavoro che da bambino per lui era solo un divertimento.

L.C. e L.F.

L’ossario

L’odore della pioggia si alzava dall’asfalto dei viali del cimitero di Torrevera, da poco il cielo aveva buttato giù le sue ultime lacrime e Al (giardiniere del luogo sacro) con la sua scopa ripuliva i ramoscelli caduti dai cipressi.
– NON CI SONO RIPARI DAL DOLCE TOCCO DELLA FALCE FATALE – disse la voce tremolante di una vecchietta; era vestita di stracci e avanzava con i piedi nudi sporchi di fango e incisi da numerose ferite aperte dalla quale scivolavano gocce di sangue. Era apparsa dal nulla, sembrava una mendicante che vagabondava lentamente appoggiandosi ad un bastone di legno rovinato.
– NON CI SONO RIPARI CHE PROTEGGONO DAL DOLCE TOCCO DELLA FALCE FATALE – Ribadì la randagia signora mentre due fili di bava le lucidavano gli angoli delle labbra sporcate da residui di pane bagnato.
– FORSE E’ UN PO’ MATTA – Pensò Al e nello stesso istante si scontrò con il suo sguardo grigio, rugoso e vuoto.
Un vortice di foglie si alzò improvviso al centro dei viali catturando al suo interno la vecchietta che scomparve con esso. Ma Al era troppo impegnato nella sua mansione per notare l’accaduto.   Un vortice di foglie si alzò improvviso al centro dei viali catturando al suo interno la vecchietta che scomparve con esso. Ma Al era troppo impegnato nella sua mansione per notare l’accaduto. 
Depositò i sacchetti colmi di foglie nel bidone dei rifiuti e un gatto che balzò fuori lo fece indietreggiare con i suoi versi minacciosi.
Il vento iniziò a fischiare tra le croci di ferro che sporgevano dalla terra santa dando una spinta al gatto che balzava su un dosso e l’altro con la sua morbida andatura. Si piantonò ai piedi del portone di legno della chiesa lasciando andare ancora una volta i suoi versi prima di dileguarsi oltre la soglia; nell’odore d’incenso e nel delicato tepore delle candele. E SI AGGRAPPERA’ AI CANDELIERI, RISCHIERA’ DI INCENDIARE LA CHIESA – Al preoccupato si precipitò in chiesa; il gatto era là e lo fissava dall’altare. Al si portò ad un palmo da quegli occhi verdi che lo rispecchiavano, gli allungò una carezza che il felino scansò scomparendo poi tra le sbarre di un cancello che si trovava in un angolo dietro l’altare.
– NON ANDARCI… NON PENSARCI NEMMENO DI APRIRE QUEL CANCELLO – La voce nella sua testa era battente come un martello, ma non abbastanza forte. Si avvicinò e oltre all’odore di muffa sentì anche l’aria gelida e la sentiva sulla pelle da sotto i vestiti.
– VATTENE.. VATTENE.. VATTENE. SCAPPA VIA..- Contro al suo istinto, afferrò il cancello e sfrenatamente lo scrutò fino a quando la serratura corrosa cedette a quella furia. D’innanzi a lui oscurità regnava in quello spazio soffocante e copriva una scala che scendeva in una curva che sembrava infinita. Prese l’accendino e accese lo stoppino di un cero votivo che giaceva in una nicchia sulla parete, alzò lo sguardo cercando di evitare le ragnatele che scendevono dal soffitto come la bava di un San Bernardo e che gli sfioravano i capelli. Nel muro c’erano altre nicchie che non custodivano ceri, ma teschi ricoperti di polvere, erano distanti più o meno un metro l’uno dall’altro e quando Al scese l’ultimo gradino, ne contò quarantasette. Era circondato da cumuli d’ossa dove qualche piccolo ratto aveva trovato rifugio nelle orbite vuote di qualche teschio. Al centro di quel sottosuolo c’era ancora lui (il gatto) ma questa volta era in compagnia della vecchietta che aveva incontrato poco prima.
– SCAPPA SCAPPA – Ancora la voce nella sua testa, questa volta tentò il passo della fuga ma le sue gambe erano bloccate.
– NON C’E’ RIPARO DAL DOLCE TOCCO DELLA FALCE FATALE – Al la guardò mentre la vecchietta si esibiva in una metamorforsi del suo aspetto: le mani si spogliarono della pelle, così come anche tutto il resto del corpo; lo sguardo grigio si tramutò in orbite scavate e nelle mani il suo bastone divenne una falce affilata. Al restò ipnotizzato dagli occhi del gatto che brillavano come due lucciole, fino a quando non venne toccato dalla dolce falce. Il diavolo con la sua malvagità non risparmiò nessuno.
B. L – A.A. – I.T. – P.M.

07/04/2017

Era una fredda notte di primavera quando tre amici: Andrea, Claudio, Filippo per gli amici “Nano” data la sua altezza, annoiati decisero di andare a fare un giro in macchina. Ad un certo punto Andrea, che guidava perse il controllo della macchina, uscì di strada e si schiantarono contro un albero. Filippo morì sul colpo mentre Andrea e Claudio si ferirono e andarono all’ ospedale.
Tutti gli amici erano distrutti, increduli non pensavano che potesse succedere una cosa del genere.
Il giorno seguente un signore alquanto strano, andò dagli amici di Filippo che era morto, e gli chiese quanto gli mancava il loro amico, tutto il gruppo di amici piangeva per una domanda così stupida, perché era ovvio che gli mancava da morire, allora questo signore disse loro:
< E se vi potessi far tornare indietro nel tempo e salvarlo?>
Il gruppo di amici pensava che li stesse prendendo in giro, ma decisero di chiedergli come, a questo punto l’uomo disse:< Io vi farò tornare indietro nel tempo di un giorno preciso schioccando le dita ma dovete sapere che voi non ricorderete il futuro quindi dovrete capire quando sarà il momento per cambiare il destino.>
Tutti gli amici si guardarono e dissero che andava bene. L’uomo schioccò le dita e in un secondo si tornò alla mattina precedente, nessuno ricordava niente e quando si videro il pomeriggio fecero le stesse cose, parlavano ridevano scherzavano si divertivano, ma soprattutto Filippo era vivo, ma per loro non era strano, perchè non ricordavano quello che sarebbe successo poche ore dopo. Arrivati alla sera Andrea, Claudio e Filippo salirono in macchina per andare a fare un giro.
Ad un certo punto Filippo disse:< Raga’, non so perchè ma questa scena già l’ho vista e non succede qualcosa di bello> Andrea si fermò e disse:< E’ vero, ora mi ricordo qui abbiamo fatto un incidente e te Nano eri morto>. Spaventati decisero di tornare indietro, si misero a pensare nel solito parcheggio dove passavano la maggior parte delle loro giornate, mentre parlavano il misterioso uomo tornò da loro e gli disse:< Ehi ragazzi tutto a posto?> i tre ragazzi si guardarono e tra loro pensavano chi potesse essere, e lui:< Ragazzi non vi ricordate ieri? Che poi è diventato oggi?>
I tre amici pensavano che fosse pazzo e continuavano a non capire. Il signore tirò fuori un libro pieno di pagine bianche e glielo diede e gli disse di scrivere la data:07/04/2017 all’interno della pagina dove lo avevano scritto videro il momento dell’incidente, avevano le lacrime sul volto che scendevano lentamente fino ad arrivare sulle labbra.
A questo punto gli amici gli chiesero chi fosse e come avesse fatto ad evitare tutto questo, e lui rispose che aveva fatto solo quello che poteva fare: tornare indietro e salvarlo. Ma poi suonò la sveglia, è domenica mattina… era solo un sogno: E’ tutto vero!

G.T.